venerdì 18 marzo 2016


I GIOVANI SI ARRABBIANO, GLI
ADULTI NO CASTELBIANCO: "I GRANDI
SONO INCREDULI, NON CAPISCONO"
"I giovani rappresentano un problema per gli adulti, perche' non riescono a riconoscere e ad inquadrare le radici dei loro problemi. Nel mondo dell'immediatezza non fanno altro che cercare le soluzioni piu' rapide". Una critica forte quella di Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell'eta' evolutiva e promotore di numerosi sportelli di ascolto e supporto psicologico nelle scuole italiane.
"Se i bambini non dormono c'e' lo sciroppo per il sonno istantaneo (fortunatamente e' stato ritirato)- prosegue il terapeuta- se strillano, e' subito concesso loro quello che desiderano per placare immediatamente il senso di colpa dei genitori. Se poi hanno un comportamento che disturba al di fuori dall'ambito familiare, si ricorre al neuropsichiatra. In questo modo si potra' ricevere una diagnosi e, possibilmente, un farmaco: la pillola che lo calmi e la valutazione che giustifichi gli adulti sull'impossibilita' di educare il figlio".
Castelbianco avverte: "I comportamenti dei bambini e degli adolescenti sono giunti a un punto veramente difficile. Purtroppo non e' la fine, siamo nel mezzo di un percorso che sara' sempre piu' lungo e difficile".
Lo psicoterapeuta dell'eta' evolutiva differenzia poi il suo discorso tra adolescenti e bambini: "L'adolescenza dovrebbe essere quell'eta' in cui i minori possono non sapere tante cose, ma certo non gli adulti di essere cosi' ciechi e ignoranti su cio' che accade fra di loro. Il punto e' che l'attenzione degli adulti si focalizza sui ragazzi solo quando emergono delle patologie eclatanti, sulle quali e' impossibile chiudere gli occhi: anoressia, bulimia, alcol, droga, sesso, fumo e comportamenti disperati. Manca una riflessione sul fatto che purtroppo esiste una percentuale elevatissima di giovani che stanno veramente male pur non manifestandolo. Fino a che non accadra' qualcosa di eclatante pero'- critica lo psicoterapeuta- gli adulti faranno sempre come gli struzzi: mettono la testa sotto la sabbia e dicono 'Mio figlio per fortuna non fa parte di questa gioventu''".
Ultimamente "c'e' tanta attenzione sul bullismo e il cyberbullismo- ricorda Castelbianco- in questo modo e' possibile offrire un'idea dei danni che possono essere commessi tramite internet. Non solo c'e' il comportamento violento a danno dei compagni- spiega l'esperto- esistono anche dei siti che illustrano agli adolescenti come diventare anoressici e nasconderlo ai familiari; come studiare il modo di suicidarsi; come bere il sangue dell'amico e cosi' via. Su questi rischi abominevoli non vi e' traccia nelle tante discussioni relative ai pericoli di internet, salvo la continua attenzione della polizia postale- sottolinea l'esperto- ma tutti gli altri vivono in una beata ignoranza". Ecco allora che "a questa notizia di siti cosi' malevoli seguira' un coro di stupore e si ripetera' un'altra volta lo stesso tram tram: l'adulto si stupisce, poi si meraviglia, poi chiede informazioni e poi dimentica".
Passando ai bambini, "purtroppo il grande problema nella scuola media e' il sesso- fa sapere lo psicoterapeuta- alle elementari, invece, e' forte il fenomeno dell'aggressivita', che affonda le sue radici addirittura negli asili nido e nelle materne. Ai nidi ci sono tanti bambini che mordono, danno calci, sputano e danno testate al muro- ripete lo psicologo- e la colpa viene addossata alle assistenti di asili nido. Va chiarito allora che il bimbo quando compie un atto di aggressivita' e' rapidissimo e lo fa nel momento in cui e' meno possibile l'essere fermato".
La problematica dell'aggressivita' "e' trasversale in tutta Italia- chiosa Castelbianco- ed e' determinata da una rabbia profonda sia nei bambini che negli adolescenti. Invece di andare a cercare un neuropsichiatra che possa dare una diagnosi di disturbo oppositivo provocatorio, di Adhd o cercare la colpa in terze persone- consiglia- dovremmo riflettere su come mai il sentimento di rabbia nasca e cresca in questi giovani, assaliti anche da un forte stato d'ansia: una miscela esplosiva". II terapeuta fa un esempio: "I bambini che reagiscono con un' esplosione di rabbia e aggressivita' a fronte di un 'no' risultano agli occhi di noi adulti un fenomeno inspiegabile.
Questo accade perche' paragoniamo la reazione alla negazione di una semplice caramella o di un'altra piccola richiesta- conclude- ma non e' li' che va cercata la causa. Il primo tentativo che gli adulti devono fare per arginare quest'ondata di malessere crescente e' essere piu' coscienti e smettere di stupirsi. Piu' l'adulto manifesta il suo stupore, piu' monta la rabbia del giovane".
 Notiziario Minori, 18 marzo 2016

OMS: TEEN-AGER ITALIANI
PIU' GRASSI IN EUROPA
Gli adolescenti italiani sono più pigri e obesi dei loro coetanei europei. Hanno più difficoltà ad avere relazioni con gli adulti ma, e questo e' l'aspetto positivo, sono meno violenti e praticano e subiscono meno il bullismo.
È il rapporto sulla salute e il benessere dei giovani pubblicato dall'ufficio europeo dell'Oms a disegnare questo ritratto dei nostri 'under'. Secondo lo studio, che contiene dati su ragazze e ragazzi di 11, 13 e 15 anni, più del 30% degli undicenni e dei tredicenni maschi e' sovrappeso o obeso, un dato che cala, ma rimane sopra il 25% per i quindicenni. Numeri ancora più preoccupanti si trovano se si cerca di quantificare l'attività sportiva: l'Italia e' ultima sia a 11 anni che a 13. A questa età appena il 5% delle ragazze e l'11% dei ragazzi fa almeno un'ora al giorno di esercizio.
I PROBLEMI - "Obesità e inattività sono fattori indipendenti- spiega Franco Cavallo, ordinario di Epidemiologia dell'università di Torino e curatore della parte italiana del rapporto- occorrerebbe incentivare lo sport ma anche diffondere, ancora di più, un corretto modello alimentare. Quello mediterraneo, ormai, e' stato 'contaminato'". Un altro capitolo che ci vede in difficoltà e' quello che si occupa della relazione con la famiglia e la percezione della scuola: sembra che i nostri ragazzi trovino grossi ostacoli nell'avere rapporti con gli adulti. A testimoniare il disagio i dati su quante volte i ragazzi denunciano qualche sintomo generico come mal di testa o di stomaco. In questa classifica i tredicenni italiani sono primi (il 61% delle ragazze e il 34% dei ragazzi lamenta un sintomo più di una volta a settimana) mentre i quindicenni sono superati solo dai coetanei di Malta. Tra le 'foto' positive del mondo adolescenziale italiano troviamo un "basso livello" di abitudine al bullismo invece si segnala il bullismo. "Contrariamente a quello che si potrebbe pensare visti i casi di cronaca", aggiunge Cavallo. I numeri dell'Oms descrivono il fenomeno da noi: all'età  di 15 anni il 2% delle ragazze e il 3% dei ragazzi confessa di aver subito atti di bullismo, un numero superiore solo a quello di Islanda e Armenia e un decimo di quello della Lituania.
L'INIZIATIVA - L'obesità, nei bambini, continua, dunque, ad essere stabile come conferma questo ultimo studio dell'Oms.
Piccoli spostamenti, solo peggiorativi, dal 2010 ad oggi. Il 22,9% dei bambini italiani di otto anni risulta sovrappeso, mentre l'11,1% e' obeso, con punte ancora più  alte nel Sud Italia, in particolare in Puglia, Calabria, Campania e Sicilia. In Puglia, dove un bambino su quattro e' obeso, per esempio, hanno deciso di provare a cambiare rotta. Da Bari e' partito il progetto "Costruiamo il Futuro", dieci tappe che attraverserà l'Italia. L'iniziativa e' della Federazione italiana medici pediatri e della Società italiana di pediatria e coinvolge L'Associazione nazionale dietisti. Circa 250 pediatri sono impegnati sull'eccesso di peso infantile, sulle sue conseguenze, ma anche sulle possibili strategie per arginare questa "minaccia". Dopo Bari, le prossime tappe di "Costruiamo il Futuro" saranno: Napoli (19 marzo), Milano (16 aprile), Firenze (7 maggio), Palermo (11 giugno), Bologna (25 giugno), Roma (2 luglio), Torino (10 settembre), Catania (8 ottobre), Verona (12 novembre).
 Notiziario Minori, 18 marzo 2016

venerdì 4 marzo 2016


ASMA, 86% GENITORI IGNORA LE CAUSE
SIMRI: PER GESTIONE MALATTIA
SERVONO PROGRAMMI EDUCATIVI
Livelli di inquinamento fuori controllo stanno causando crescenti problemi respiratori agli italiani, soprattutto ai bambini. L'inizio del 2016 ha visto infatti crescere i ricoveri pediatrici in pronto soccorso soprattutto per problemi respiratori quali asma e patologie respiratorie gravi. Intanto, secondo alcuni studi, l'86% dei genitori di bambini asmatici non conosce la causa principale della malattia, meno di un terzo (il 30%) e' in grado di rilevare le caratteristiche delle riacutizzazioni, mentre piu' di un sesto (il 17%) non e' in grado di rispondere adeguatamente alle emergenze. Si e' parlato di questo nel corso di un incontro che si e' svolto nel cuore delle Dolomiti, presso l'Istituto Pio XII Onlus di Misurina (Auronzo di Cadore, Bolzano), centro italiano ed europeo per il trattamento dell'asma infantile in alta quota, convenzionato con il Servizio sanitario nazionale.
"Come per tutte le malattie croniche- ha spiegato il professor Renato Cutrera, presidente della Simri (Societa' italiana malattie respiratorie infantili)- il messaggio educazionale e' fondamentale. È importante quindi che la famiglia e il paziente siano informati correttamente sulle strategie preventive e terapeutiche e che questa informazione sia rinforzata periodicamente nel tempo. Per questo, un breve soggiorno residenziale in una struttura adeguata a svolgere questa funzione educazionale puo' sicuramente facilitare e potenziare tale apprendimento".
Durante l'incontro, in particolare, e' stata presentata la nuova iniziativa dell'Istituto: i 'Campus for Breathe', questo il suo nome, consiste in programmi educativo/diagnostici che prevedono brevi soggiorni in alta quota (tre-sette giorni) destinati ai bambini con asma e alle loro famiglie. "Uno strumento per imparare a respirare meglio- hanno concluso gli esperti- rendendo piu' efficace l'autogestione dell'asma".
 Notiziario  Minori, 4 marzo 2016

domenica 21 febbraio 2016

T-VEG, STORIA DI UN DINOSAURO
 VEGETARIANO PER PROMUOVERE
INCLUSIONE E FRUTTA E VERDURA
Bocca grande, braccia forti e gambe lunghe e possenti, Reginaldo e' un dinosauro a cui piacciono frutta e verdura, forse per questo le sue squame sono color arancione vivace, quasi rossastre. Va velocissimo ed ha una forza fuori dal comune, molto probabilmente e' il tirannosauro piu' simpatico di cui si sia mai raccontato. Le favole, si sa, non hanno eta' e quella di Reginaldo prima si legge e meglio e': piu' che un T-Rex e' un T-veg e questa e' la storia di un dinosauro vegetariano.
Il racconto e' uscito in Italia da pochi giorni, Mondadori Electa per la collana "ElectaKids" ha fatto tradurre questo testo scritto dall'inglese Smriti Prasadam-Halls con le illustrazioni di Katherina Manolessou. È una storia semplice di 32 pagine che in modo colorato, semplice e divertente avvicina i piccoli lettori al mondo dell'alimentazione. I bambini iniziano da subito a fare i conti con la diversita' e con l'inclusione sociale, oltre ad imparare che la frutta e le verdure sono cibi buoni, sani, che rendono forti e felici.
Reginaldo ha un ruggito potente, denti affilati e il rumore dei suoi passi risuona in tutta la foresta. Corre a grandi balzi e digrigna i denti come tutti i T-Rex, c'e' solo una cosa che lo rende diverso: mentre gli altri divorano succulente bistecche, lui preferisce frutta e verdura. Stufo di sentirsi escluso e preso in giro decide di andar via per cercare un posto nuovo e incontrare nuovi amici erbivori come lui. Fuori dal gruppo pero' le cose si fanno ancora piu' difficili: il suo aspetto e' pur sempre quello mastodontico di un T-Rex e gli erbivori non vogliono aver nulla a che fare con uno come lui. La famiglia e gli amici vogliono bene a Reginaldo e non sanno vivere senza di lui, i T-Rex iniziano allora un viaggio sulle sue tracce e come in ogni storia che si rispetti non mancano peripezie e imprevisti: proprio durante il cammino dalla cima della montagna sta per staccarsi un pesantissimo masso. Reginaldo pero' e' vicino, avverte il pericolo e riesce a salvarli. "Sei fortissimo", gli dicono gli altri T-Rex. "Ma certo", risponde lui "e' tutto merito della frutta e della verdura", mentre tutti i dinosauri di nuovo riuniti acclamano il loro insostituibile amico vegetariano. Una piccola grande storia che educa; una lezione contro i pregiudizi, sull'amore dell'essere famiglia e sull'amicizia che e' sempre piu' forte di ogni differenza.
 Notiziario  Minori, 21 febbraio 2016

venerdì 12 febbraio 2016


EPILESSIA, 70% CASI ENTRO
 I 12 ANNI L'OSPEDALE BAMBINO
 GESU' SPIEGA CASI E CURE
Sono i bambini i piu' colpiti dall'epilessia. Nei due terzi dei casi, infatti, la malattia si manifesta prima della puberta'. Il 30% di tutte le epilessie e' resistente ai farmaci: di queste solo il 10-15% puo' essere trattata con la chirurgia. In questo caso, prima si interviene piu' alta e' la possibilita' di guarigione. L'Ospedale pediatrico Bambino Gesu' aderisce alla giornata mondiale dell'8 febbraio con iniziative di informazione e sensibilizzazione.
Rispondendo all'appello della Lice (Lega italiana contro l'epilessia), l'ospedale ha promosso l'Open day dell'epilessia con un team di neurologi del dipartimento di Neuroscienze a disposizione per consulti specialistici gratuiti. Durante la giornata sono stati organizzati workshop pratici, rivolti principalmente agli insegnanti e agli operatori scolastici, sulla gestione delle crisi degli studenti affetti da epilessia. A loro e' stato spiegato quali sono le manovre utili, come somministrare la terapia farmacologica d'urgenza, cosa non fare o cosa e' addirittura dannoso. I due appuntamenti, a cura del gruppo infermieristico di Neuroscienze e Neuroriabilitazione del Bambino Gesu', sono stati introdotti dal direttore del dipartimento, Federico Vigevano. "Le persone affette da epilessia ancora oggi sono vittime di pregiudizi e limitazioni in vari ambiti della loro esistenza- ha spiegato Vigevano- Esclusi i casi particolarmente complessi e invalidanti, ciascuno di loro puo' invece vivere una vita regolare nella societa', a scuola, a lavoro, nel tempo libero. E' per questo motivo che discriminazione ed emarginazione vanno combattute con ogni iniziativa di informazione, formazione e sensibilizzazione possibile".
L'epilessia, spiegano ancora dal Bambino Gesu', e' una malattia neurologica dovuta sia ad una predisposizione genetica, sia a lesioni cerebrali. Colpisce mediamente l'1% della popolazione. Si manifesta con crisi di vario tipo nei primi anni di vita (entro i 12 anni nel 70% dei casi) con conseguenze negative sullo sviluppo psicomotorio e ricadute sul piano sociale. Un terzo dei pazienti resiste al trattamento con i farmaci e di questi il 10-15% riporta una lesione cerebrale operabile. La chirurgia dell'epilessia e' indicata, infatti, solo quando l'area epilettogena (zona del cervello responsabile delle crisi) e' circoscritta e la sua asportazione non causa deficit neurologici. Dal 2010 ad oggi, al Bambino Gesu' sono stati eseguiti piu' di 100 interventi chirurgici con una percentuale di successo pari al 70%. Vale a dire che sette bambini su 10 sono guariti completamente. Quanto piu' l'intervento e' precoce, tanto piu' alta e' la possibilita' che la malattia scompaia del tutto. "Accertata l'idoneita' all'approccio chirurgico e' necessario intervenire il prima possibile- spiega Nicola Specchio, responsabile di Neurochirurgia dell'epilessia del nosocomio- Infatti, minore e' il tempo di esposizione alle crisi, minore e' il rischio che il bambino riporti danni cerebrali poi trattabili con maggiori difficolta'". I bambini candidati alla neurochirurgia vengono sottoposti a un iter pre-operatorio per la definizione dell'area da asportare con l'ausilio di sofisticati e prolungati esami video-Eeg (elettroencefalogramma). Al Bambino Gesu' e' stata perfezionata la tecnica del Wada test in ambito pediatrico che consente di individuare con precisione le aree cerebrali coinvolte nel linguaggio e nel movimento. Questo test agevola la rimozione delle lesioni cerebrali riducendo al minimo il margine d'errore in fase di intervento Nei casi farmacoresistenti e non operabili (ad esempio quando l'area epilettogena e' troppo estesa) si puo' ricorrere all'impianto dello stimolatore del nervo vago, una specie di pace-maker che viene applicato sottocute nella zona dello sterno e collegato con un sottilissimo cavo al nervo vago all'altezza del collo. La stimolazione del nervo fa diminuire la tendenza ad avere crisi. La percentuale di successo e' di circa il 30-40%.
Per ridurre le convulsioni che non possono essere controllate ne' con i farmaci ne' con la chirurgia, si e' rivelata utile anche la dieta chetogena. Si tratta di un regime alimentare che comporta una iperproduzione di chetoni e si fonda sull'impiego di un'alta percentuale di grassi (fino all'80%), anziche' di carboidrati e proteine, come fonte principale di energia. Nell'esperienza dell'ospedale Bambino Gesu', la somministrazione della dieta chetogena e' risultata efficace nel 60% dei casi. In questo ospedale, ogni anno vengono effettuati oltre 500 ricoveri per epilessia, pari a circa il 50% delle attivita' dell'unita' Operativa complessa di Neurologia. Sono 2.300 le giornate di Day hospital e 1.700 le visite ambulatoriali. I piccoli pazienti sottoposti a intervento chirurgico nel corso del 2015 sono stati 25. Al Bambino Gesu' infine e' possibile accedere a sperimentazioni cliniche con farmaci ancora non in commercio per diverse forme di epilessia.
Notiziario  Minori, 12 febbraio 2016

sabato 6 febbraio 2016


LEGO CREA UN PERSONAGGIO DISABILE
E MATTEL CREA LE NUOVE BARBIE,
RAPPRESENTATE DIVERSITA'
Lego vuole attenersi alla diversita' umana. Il famoso produttore danese ha presentato questa settimana alla Fiera del giocattolo di Norimberga un nuovo personaggio: un giovane disabile in sedia a rotelle, accompagnato dal suo cane guida. E' la risposta ad una recente polemica che aveva visto coinvolto il celebre marchio a cui veniva contestato che le persone con disabilita' erano assenti dalla gamma di tipologie.
Il movimento #ToylikeMe (giocattoli come me) aveva denunciato la mancanza di Lego disabili portando oltre 20.000 persone a firmare una petizione online sul sito Change.org per invitare i vertici dell'azienda a cambiare rotta, in quanto aveva escluso oltre 150 milioni di bambini disabili, che non si vedono cosi' rappresentati. L'obiettivo e' quello di cambiare le percezioni culturali. A Lego viene chiesto di usare la sua grande influenza per trasmettere un messaggio positivo. Anche Matte evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei diritti", aggiunge alla Barbie originale altre tre dalle forme piu' pronunciate. Per la prima volta nei suoi 56 anni di vita, le bambole sono destinate a mutare, adeguandosi ai tempi e ai modelli attuali e nel tentativo di bloccare l'emorragia delle vendite. Nella nuova linea saranno quindi disponibili quattro diverse morfologie: a quella originale (le proporzioni del cui fisico non corrispondono a quelle di nessuna donna) se ne affiancheranno altre tre, con anche piu' tornite, vita meno sottile e curve piuttosto abbondanti. La capacita' di evolvere della Barbie, pur restando fedele al suo spirito, contribuisce in modo determinante a fare di lei la numero uno al mondo, hanno spiegato i vertici della Mattel, l'azienda produttrice.
 Notiziario Minori, 6 febbraio 2016

venerdì 22 gennaio 2016


DIPENDENZA WEB, AL GEMELLI 1.200
VISITE IN 6 ANNI L'ESPERTO: GENITORI
SI FANNO SOSTITUIRE DA INTERNET
 "Negli ultimi sei anni sono state 1.200 le visite effettuate dal nostro ambulatorio. Ora apriamo un centro ad hoc, perché si apprende dall'esperienza che ce n'è bisogno: in questi anni, infatti, abbiamo visto che è il caso di trattare più interamente i sintomi che questi ragazzi portano, confrontandoci sia con il pediatra sia con il neuropsichiatra infantile, ma abbiamo anche imparato ad avere una visione più intera delle cause dei ritiri sociali e di tutti i modi disfunzionali di uso della rete, che comunque rimane un'evoluzione dell'essere umano, non automaticamente qualcosa che ammala".
Così Federico Tonioni, Istituto di psichiatria dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile dell'Area delle dipendenze da sostanze e delle dipendenze comportamentali della Fondazione Policlinico universitario 'A.
Gemelli', intervistato dall'Agenzia Dire in occasione della presentazione del 'Centro Pediatrico interdipartimentale per la psicopatologia da web', il nuovo polo multidisciplinare dedicato alla presa in carico di bambini e adolescenti con dipendenza patologica da web.
"Interessarsi delle cause in maniera più intera- ha proseguito- significa anche rendersi conto che nessun bambino nasce dipendente da internet e che, molto spesso, i suoi problemi nascono da una sorta di difficoltà dei genitori a rapportasti oggigiorno con figli che sono diversi, oltre alla tendenza stessa dei genitori, e lo dico con comprensione, di farsi sostituire dal computer. Così la distanza generazionale e la non conoscenza aumenta, perché i genitori cadono nella tentazione di controllare i propri figli a loro insaputa e questo non serve mai a conoscere meglio una persona, ma piuttosto confonde anziché chiarire le idee". La tecnologia, d'altra parte, è anche una necessità della società che evolve.
- MA NASCONDE PER I PIÙ GIOVANI DEI RISCHI... QUALI SONO? "L'adolescenza è già di per sé un rilascio- ha risposto Tonioni- ed è un momento anche drammatico della nostra vita: noi molto spesso ci dimentichiamo come era la nostra, ma dovremmo fare lo sforzo di ricordarcela, per cui nessun dottore può prevenire l'adolescenza dal punto di vista del rischio". Certo, ha aggiunto l'esperto, bisogna anche ricordare che "nessun adolescente vuole farsi male necessariamente- ha sottolineato quindi Tonioni- un conto è avere bisogno di fare esperienza, un altro è dover per gli adolescenti alzare il rischio e il tiro della provocazione. E questo accade quando non c'è fiducia nei loro confronti: è in questo caso che loro possono farsi male. Sulla natura dei loro comportamenti, allora, non c'entra internet ma l'adolescenza, che deve essere così". Spesso oggi l'unico contatto dell'adolescente è con la rete.
- PERCHÉ ACCADE QUESTO, DA COSA SI NASCONDONO? "Dalle emozioni- ha risposto ancora l'esperto- pensate che due ragazzi, per esempio su Skype, parlando di cose che in teoria li dovrebbero emozionare, non diventano rossi. La comunicazione, non verbale, quindi, non si attiva se non si è a portata di contatto fisico, e in rete non lo si è: ci si vede, ma non ci si può toccare. In questo modo, gli stati emotivi vengono provati dai singoli ragazzi- ha concluso- ma non trasmessi all'altro come in un incontro dal vivo".
Notiziario Minori, 22 gennaio 2016

DIPENDENZA DA PC E SMARTPHONE,
 CENTRO AL GEMELLI E' IL PRIMO IN ITALIA
 La permanenza eccessiva di giovani e giovanissimi davanti a pc, smartphone e consolle digitali può avere conseguenze sullo sviluppo e sul sano funzionamento del corpo, intervenendo negativamente su vista, postura, obesità, ma anche sulla sfera cognitiva e comportamentale. Per contrastare questo fenomeno, dalla collaborazione tra il Policlinico 'A. Gemelli' e la Facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università Cattolica, nasce a Roma il 'Centro Pediatrico interdipartimentale per la psicopatologia da web', il nuovo polo multidisciplinare dedicato alla presa in carico di bambini e adolescenti con dipendenza patologica da web, psicopatologie legate al cyberbullismo o che presentino i sintomi della sindrome da ritiro sociale. La presentazione si è svolta al il Centro Congressi Europa, alla presenza, tra gli altri, di Federico Tonioni, Istituto di Psichiatria dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile dell'Area delle Dipendenze da Sostanze e delle Dipendenze Comportamentali della Fondazione Policlinico Universitario 'A. Gemelli'; Pietro Ferrara, Istituto di Clinica pediatrica della Cattolica e referente nazionale per maltrattamento e abusi della Società italiana di Pediatria; Eugenio Mercuri, direttore dell'Istituto di Psichiatria e direttore dell'Uoc di Neuropsichiatria infantile del Gemelli.
"Il Centro- ha spiegato Tonioni- il primo in Italia che integra discipline diverse nello stesso percorso clinico, nasce dalla collaborazione tra l'Area Neuroscienze e l'Area Pediatrica del Policlinico 'A. Gemelli' per la presa incarico di un numero crescente di patologie legate alla grande diffusione di internet e delle applicazioni digitali. Per i bambini e gli adolescenti, infatti, un uso disfunzionale del tempo passato online può innescare distorsioni nei processi di costruzione dell'identità e dell'immagine personale correlate a nuovi fenomeni dissociativi, portando così alla dipendenza patologica e a segnali crescenti di ritiro sociale". Allo stesso modo, ha proseguito l'esperto, le trasformazioni neurocognitive "conseguenti a un modo diverso di interagire con la realtà- ha sottolineato- aprono dinamiche nuove nella clinica e nella riabilitazione dei disturbi dell'apprendimento e di quelli legati all'area neurologica". Il Centro, di imminente apertura, nello specifico comprende: un ambulatorio per la dipendenza da internet e cura-prevenzione cyberbullismo, che si occupa di attività clinica ambulatoriale con adolescenti che presentano ritiro sociale, dipendenza da internet e psicopatologie legate al fenomeno del cyberbullismo; Gruppi di riabilitazione e di sostegno, che accolgono pazienti e genitori inviati dall'Ambulatorio; un Ambulatorio di pediatria; un ambulatorio di Neuropsichiatria infantile. Vi lavoreranno uno psicologo che si occupa del ricevimento dei pazienti, due psicologi che conducono i gruppi di riabilitazione e sostegno, tre psicoterapeuti che si occupano dei colloqui individuali, medici specialisti in formazione di riferimento. "La pediatria sta cambiando radicalmente- ha detto il professor Ferrara- e deve sempre più occuparsi di problematiche una volta sconosciute, ma che sempre più hanno risvolti sociali e comportamentali. In particolare, la volontaria reclusione di bambini e adolescenti di oggi che, come avverte l'Accademia americana di Pediatria, trascorrono in media circa sette ore al giorno davanti a tv, computer, cellulari e altri dispositivi elettronici, a dispetto delle due-tre ore giornaliere consigliate. Dati simili- ha proseguito- sono emersi anche in Italia da recenti indagini sulle abitudini di bambini e adolescenti: la facile accessibilità, il superamento dei normali vincoli spazio-temporali e l'anonimato tipici del mondo digitale, infatti, rappresentano un'alternativa allettante alla realtà, offrendo esperienze sensoriali e relazionali nuove".
Per il modo in cui è stato ideato, ha aggiunto Mercuri, il centro "rappresenterà un'esperienza pilota in grado di affrontare il problema delle dipendenze da rete a 360 gradi, riuscendo a coprire non solo gli elementi psicologici legati alla dipendenza, ma anche le ripercussioni a livello fisico e cognitivo. Per la prima volta, quindi, si offrirà una presa in carico completa aiutando i ragazzi e le loro famiglie- ha concluso- nell'affrontare tutte queste problematiche".
Notiziario Minori, 22 gennaio 2016

domenica 20 dicembre 2015


TRE BIMBI SU 10 NON VEDONO DENTISTA
 PRIMA DEI 14 ANNI SIOI: NECESSARIO
POTENZIARE OFFERTA PUBBLICA
Trascuratezza in famiglia e risparmi forzati stanno influendo sul sorriso dei bambini. Per tre adolescenti su dieci, di fatto, il dentista è uno sconosciuto almeno fino ai 14 anni. Oltre il 75% dei bimbi tra i tre e i cinque anni non è mai stato dal dentista. Il 22% della popolazione con carie ha quattro anni, il 44% ha 12 anni e oltre l'80% ne ha 25. La foto sul ruolo del dentista per bambini in Italia è dell'Istat nel "Rapporto sulla salute dei denti degli italiani 2013" e fonte di un articolo de 'Il Messaggero'. "Negli ultimi cinque anni le carie in età pediatrica sono aumentate del 15%, un dato allarmante. E se l'Istat dice che tre italiani su dieci sono a rischio di povertà, diventa chiaro che le cure odontoiatriche sono sempre più inaccessibili a molti. A questa situazione dovrebbero rispondere anche le istituzioni con l'odontoiatria sociale. Potenziando l'offerta pubblica di cure dentali", afferma Raffaella Docimo, presidente della Società italiana di odontoiatria infantile (Sioi), che ha visto riuniti al Maxxi di Roma 900 tra odontoiatri, igienisti dentali, medici pediatri (italiani e stranieri) e studenti, per la due giorni del XVIII Congresso nazionale "L'odontoiatria infantile come esigenza medica e risorsa sociale".
Si tratta di un evento che ha coinvolto anche quaranta alunni di terza e quarta elementare della scuola Santa Maria ausiliatrice di Roma. Obiettivo: sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza delle terapie odontoiatriche dei bambini e far vivere ai più piccoli la prevenzione come un gioco. Un'équipe di odontoiatri e igienisti dentali ha accolto i bambini con palloncini, trucchi, teatro e una poltrona odontoiatrica a forma di dinosauro, per avvicinarli al dentista senza paura. Per questi motivi, la Società organizza le giornate della prevenzione come il "Baby dental day" e una collaborazione con Save the children: "Non è mai troppo presto per la prevenzione. Occorre iniziare già dal primo anno di vita del bambino- aggiunge Raffaella Docimo- Una volta l'anno, poi, consiglio di sottoporre i bambini a visite per controllare la salute delle gengive, prevenire l'erosione di denti e i disturbi dello smalto. Non è vero che sia inutile curare i denti da latte: al contrario, questi hanno una grande importanza per la crescita delle arcate dentarie, oltre che per la funzione masticatoria e per lo sviluppo del linguaggio".
La bocca dei bambini va lavata e pulita ancora prima che escano i denti, spiegano dalla Sioi, attenzione alle gengive.
Dopo ogni pasto si deve usare prima una garzina imbevuta di acqua poi lo spazzolino, anche senza il dentifricio. Ultimata la pulizia si può dare al bambino lo spazzolino per giocare. Prima dei quattro anni è necessario già usare il filo interdentale e bisogna lavarsi i denti almeno due-tre volte al giorno. Ci sono poi quattro regole da non dimenticare per evitare che i piccoli abbiano paura del dentista. Per cominciare, non si deve mai parlare male del dentista davanti ai bambini, non si deve usare la visita come punizione, ma nemmeno corrompere i bambini con i giocattoli. Infine, al piccolo bisogna presentare la prima visita come una nuova bella esperienza. Un capitolo a parte è quello relativo alle mascherine trasparenti per allineare i denti, che di fatto sostituiscono il tradizionale apparecchio. "E' una tecnica usata da anni con gli adulti- spiega Aldo Giancotti, odontoiatra del Fatebenefratelli Isola Tiberina- La novità è che queste fascette invisibili si possono utilizzare anche in età pediatrica, sin dai nove anni, con ottimi risultati. Non sono invasive e sono rimovibili ogni volta che ci si lavano i denti". "L'importante è usare un dentifricio al fluoro" conclude Giuseppe Marzo, segretario scientifico Sioi, ricordando che non si deve mai abusare dei dolci.
 Notiziario Minori, 20 dicembre 2015

domenica 6 dicembre 2015


PAIDÒSS: GENITORI NON TRASCURATE
LA VISTA DEI BIMBI ECCO
ALCUNI CAMPANELLI DI ALLARME
La vista va protetta, fin dal primo sguardo: lo hanno capito le mamme e i papà italiani sempre più desiderosi di informazioni riguardo alla salute degli occhi dei loro piccoli. Nella cura o nelle decisioni che riguardano la vista dei figli, infatti, oltre il 63% si rivolge al pediatra, anche se su alcuni punti c'è moltissimo da fare. Il 34% dei genitori, in presenza di secrezioni all'occhio, usa ancora acqua e camomilla o acido borico; se un occhio è storto il 20% aspetta che torni dritto spontaneamente; oltre il 10% pensa che il cosiddetto 'occhio pigro' sia una malattia che si cura con il collirio, contro il 56% che sa che è un difetto della vista e il 33% che lo reputa un problema di miopia. Ancora il 14% ritiene che con la miopia si veda bene da vicino e lontano, ma male alla sera e il 20% bene da lontano e male da vicino, o il 25% porterebbe il bambino alla visita oculistica quando ha imparato a leggere, mentre solo l'11% sa che va effettuata entro i tre anni ed il 62% ritiene che gli occhiali siano prescrivibili dall'oculista dall'inizio della prima elementare. Inoltre c'è ancora confusione circa alcuni disturbi che si possono accompagnare a un problema di vista, come mal di testa o occhi arrossati. Insomma, molti luoghi comuni devono ancora essere sconfitti con l'informazione e l'educazione. I dati emergono da una indagine inedita, condotta da Paidòss (Osservatorio nazionale sulla salute dell'infanzia e dell'adolescenza) fra 1.000 genitori, equamente distribuiti sul territorio, mediamente di cultura superiore, di oltre 1.100 bambini e adolescenti tra zero e 14 anni, intervistati lo scorso settembre con l'obiettivo di valutare quanto sanno in tema di vista 'giovane' e presentata nel corso dello United Scientific Group International Congress on Advances in Pediatrics a New York fino al 7 dicembre. "In linea generale- spiega Giuseppe Mele, presidente di Paidòss- i genitori vogliono sapere soprattutto cosa osservare prima che un piccolo difetto possa diventare qualche cosa di più importante. Ecco quindi i principali campanelli di allarme da osservare, facilmente riconoscibili. 1 - La testa del bimbo sempre reclinata da un lato mentre studia, oppure la testa che si avvicina molto al piano di lettura è segno di un comportamento di adattamento a una visione non perfetta; 2 - Le palpebre che si strizzano o gli occhi arrossati da un continuo sfregamento; 3 - il fastidio alla luce, ma anche un riflesso bianco attorno all'occhio rilevabile da una foto scattata in vacanza, sono 'manifestazioni visive' degne di attenzione e meritevoli di una visita pediatrica o specialistica. Per questo, Mele chiede sempre di mantenere una forte interazione tra genitori e figli. Perché 'guardare lontano' e indagare su problemi della quotidianità che possono insorgere a scuola, a casa o nel tempo libero, salva i bimbi da implicazioni e rischi alla vista evitabili". Ecco alcuni comportamenti assunti dal bambino o manifestazioni visive che i pediatri di Paidòss e della Simpe (Società italiana di medici pediatri) raccomandano ai genitori di osservare perché possono denunciare un problema alla vista. Occhi troppo grandi o troppo piccoli, una palpebra abbassata rispetto all'altra, l'iride irregolare nella forma o nel colore, scosse irregolari (nistagmo), un fastidio alla luce, occhi arrossati o che vengono strofinati spesso, sono meritevoli di attenzione, continua Paidòss. Se gli occhi del bambino non sembrano allineati, in asse o se un occhio è storto (strabismo), è bene rivolgersi al pediatra o all'oculista. Palpebre che si strizzano per vedere meglio da lontano (ad esempio quando guarda la televisione), o palpebre e ciglia frequentemente ricoperte di secrezione sono altri aspetti da non trascurare e dei quali parlare con il pediatra. Maggior attenzione va prestata a bimbi con familiarità per patologie oculari importati, come ad esempio genitori che hanno sofferto di strabismo o sono affetti da maculopatie. "Di norma- conclude il presidente- si tratta di problematiche che emergono nel corso dell'esame della vista effettuato dal pediatra durante le visite filtro. Tuttavia, nel caso questa indagine non fosse fatta, è bene sottoporre a una vista oculistica i piccoli entro i tre anni o, comunque, prima che inizino a frequentare le scuole primarie". Al genitore spetta anche indagare su altre questioni: ovvero se il bambino porta sempre gli occhiali secondo i tempi e i modi indicati dal medico. Se a scuola vede meno da un occhio rispetto all'altro, quale possibile segnale di un difetto visivo, come l'ipermetropia, la miopia e l'astigmatismo; se fa attenzione ad avere le mani pulite, specie se porta le lenti a contatto, quando si pulisce gli occhi. Se invece il bambino è molto piccolo, è bene evitare di dare giochi o oggetti piccoli e appuntiti, che potrebbero essere pericolosi, ma anche liquidi e sostanze irritanti o dannose per gli occhi. Infine se si hanno animali in casa, è bene assicurarsi che il bambino non si metta le dita negli occhi dopo averli toccati, conclude Paidòss.
 Notiziario Minori, 6 dicembre 2015

domenica 29 novembre 2015


MINISTERO: SONO 805.800 GLI ALUNNI
 NON ITALIANI IL 9,2% DELLA POPOLAZIONE
STUDENTESCA, MAGGIORANZA DA ROMANIA
Dopo anni di continua crescita sembra essersi stabilizzato il numero degli studenti con cittadinanza non italiana. È quanto emerge dall'indagine statistica su 'Gli alunni stranieri nel sistema scolastico italiano' del ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca e ora disponibile on line. L'indagine si riferisce all'anno scolastico 2014/2015. L'incremento degli studenti con cittadinanza non italiana, rispetto all'anno precedente, è pari a circa 3.000 unità, per un numero complessivo di 805.800 alunni.
Anche la percentuale degli alunni con cittadinanza non italiana, sul totale degli studenti, rimane pressoché costante, è il 9,2%. Più esattamente, diminuiscono gli alunni stranieri nella scuola materna e nelle medie, mentre aumentano quelli frequentanti le elementari e le superiori. Continua ad essere in forte crescita, invece, la quota di alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia: si va consolidando il "sorpasso" delle seconde generazioni, seppure con una minor incidenza rispetto ad un anno fa. Questo incremento è pari al 7,3% contro l'11,8% del 2013/2014. In totale, gli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia rappresentano il 51,7% del totale degli alunni stranieri. Dalla lettura dei dati, emerge che il sorpasso ancora non riguarda le superiori (18,7%). È in aumento anche la variazione degli alunni entrati per la prima volta nel sistema scolastico italiano.
Invariato rispetto allo scorso anno l'ordine dei Paesi di provenienza per numero di presenze di alunni stranieri. In testa alla classifica la Romania. Seguono Albania, Marocco, Cina, Filippine, Moldavia, India, Ucraina, Perù e Tunisia. Anche per l'anno scolastico 2014/2015, la regione italiana che ospita nelle proprie aule più alunni con cittadinanza non italiana è la Lombardia, con 201.633 studenti che però, se raffrontata con le altre regioni in termini percentuali, scende al secondo posto superata dall'Emilia-Romagna che registra un'incidenza maggiore di studenti con cittadinanza non italiana sul totale, pari al 15,5%. Il divario tra la scelta di una scuola statale e una non statale da parte degli alunni stranieri, rispetto a quelli italiani, va aumentando nel tempo. Nell'anno scolastico 2014/2015, in particolare, si osserva che l'8,9% degli studenti con cittadinanza non italiana frequenta una scuola non statale, contro il 12,3% degli alunni italiani. Per quanto riguarda le scelte dei percorsi scolastici nelle superiori, si osserva un deciso sorpasso dell'istruzione tecnica rispetto a quella professionale dovuto essenzialmente agli alunni stranieri nati in Italia. Nello specifico, dei nati in Italia il 36,3% sceglie l'istruzione tecnica e il 28,2% l'istruzione professionale; degli stranieri nati all'estero, invece, il 36,8% sceglie l'istruzione tecnica e il 39,3% quella professionale.
Guardando al percorso scolastico dei bambini stranieri, pur rimanendo più difficile e a volte più lungo di quello dei compagni italiani, si riscontra una diminuzione del valore percentuale del ritardo. Si può osservare che questo valore diminuisce sia per gli alunni con cittadinanza non italiana (34,4%) che italiana (10,9%).
Nel notiziario vengono presentati anche i dati relativi alle scelte universitarie degli studenti con cittadinanza non italiana che si sono immatricolati nell'anno accademico 2014/2015, nonché quelli sugli abbandoni e i crediti formativi degli studenti universitari stranieri immatricolati nell'anno accademico 2013/2014.
 Notiziario Minori, 29 novembre 2015

lunedì 16 novembre 2015


IN NOME DI COSA?
Venerdì sera ci sono stati diversi attentati a Parigi in cui sono rimaste uccise almeno 132 persone: altre 352 persone sono rimaste ferite di cui 99 gravi, ha detto la procura di Parigi. Alcuni attacchi sono stati compiuti nei pressi di bar e ristoranti del X e dell’XI arrondissement, due quartieri della capitale francese. L’attentato più grave è stato compiuto al Bataclan, un locale storico dove si stava tenendo un concerto di una band californiana: qui alcuni uomini hanno preso in ostaggio un centinaio di persone per circa due ore, uccidendone 89.Una rosa e un biglietto con scritto «In nome di cosa?», sul foro lasciato da un proiettile nella vetrina di un ristorante di Parigi. Tanta barbarie - ha sottolineato papa Francesco - ci lascia sgomenti e ci si chiede come possa il cuore dell'uomo ideare e realizzare eventi così orribili, che hanno sconvolto non solo la Francia ma il mondo intero. Dinanzi a tali atti intollerabili, - ha affermato il Pontefice - non si può non condannare l'inqualificabile affronto alla dignità della persona umana. Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza e dell'odio non risolve i problemi dell'umanità e che utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia.
Con questa riflessione di oggi, tutta la nostra scuola vuole essere vicina al popolo della Francia e a tutti i familiari delle vittime.
 

IL 25% DEGLI STUDENTI HA 'DIPENDENZA'
 DA INTERNET MANIFESTA PROBLEMI
SE NON SI COLLEGA
-"Cinquecento ragazzi di due istituti scolastici calabresi, divisi per sesso, sono stati testati in base alla frequenza di collegamento con i social network, la playstation e i siti web. Il campione ha visto la presenza del 63% di componenti di sesso femminile, con un'età media di 15,9 anni. Il 25% ha manifestato difficoltà se non si collegava giornalmente per un periodo superiore ai 120 minuti, mentre il 75% ha dichiarato di non avere problemi a disconnettersi". Lo rivela una ricerca pubblicata su Clinical Neuropsychiatry (www.clinicalneuropsychiatry.og, fioriti editore) relativa alla possibile dipendenza da internet di un campione di adolescenti, e tra gli autori Mario Campanella, presidente dell'associazione Peter Pan, e Donatella Marazziti, direttore scientifico della Brf.
"Il 4% della popolazione campionata ha dimostrato di avere serie difficoltà in caso di disconnessione, con una propensione di attaccamento che ricorda la sindrome di Hikikomori, la ormai celebre patologia di derivazione giapponese che vede circa 300.000 ragazzi italiani chiudersi totalmente al mondo reale.
La campionatura omogenea per territorio- aggiunge Marazziti- mostra un progressivo aumento del numero dei ragazzi che organizzano la loro vita intorno al mondo virtuale, con problematiche connesse che richiedono un'attenzione seria da parte delle istituzioni".
Notiziario Minori, 16 novembre 2015.

"DISTURBI PERSONALITÀ NON RIGUARDANO
L'INFANZIA". MIGONE: LA COMPONENTE
BIOLOGICA È SOLO UNA CONCAUSA
'I disturbi di personalità veri e propri non emergono con chiarezza nell'infanzia perché il bambino non ha ancora una personalità definita'. A dirlo è Paolo Migone, medico psichiatra e co-direttore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane (www.psicoterapiaescienzeumane.it), che intervistato dalla Dire aggiunge: 'Temperamento, carattere e personalità sono tre parole chiave. Il temperamento esiste dalla nascita, è biologico, il carattere è quell'aspetto della personalità che deriva dall'esperienza e la personalità è l'unione del temperamento e del carattere. Quindi il temperamento- chiarisce il medico- è solo una concausa che, insieme alle esperienze, incide moltissimo sull'emergere in età adulta dei disturbi di personalità'.
- COSA SONO I DISTURBI DI PERSONALITÀ? 'Sono le modalità di funzionamento dell'intera persona che si stabilizzano nell'adolescenza e durano per tutta la vita. Si differenziano dalle sindromi cliniche, che invece sono malattie che curate possono andare via. La depressione, ad esempio, non è un disturbo di personalità, perché ci si può ammalare ma poi guarire e tornare alla normalità- spiega Migone- mentre un disturbo di personalità è qualcosa di permanente nella persona, all'interno della quale si possono innescare o instaurare le sindromi cliniche, come la depressione, la schizofrenia, l'attacco di panico o altro'. Il Dsm-III e il Dsm-IV indicavano al clinico cinque 'assi' da considerare simultaneamente (il sistema multiassiale è stato poi eliminato nel Dsm-5). Importanti erano i primi due assi: 'Nel primo trovavamo le sindromi cliniche, ovvero quelle malattie che vanno e vengono (come la depressione, le fobie, gli attacchi di panico o un disturbo d'ansia). Nel secondo asse i disturbi di personalità- continua il co-direttore di Psicoterapia e Scienze Umane- che sono permanenti ma possono essere in parte modificati da una terapia. Possiamo definirli come espressione di 'tratti' o 'dimensioni' della personalità, aspetti della persona che possono essere valutati in un continuum che va dalla patologia alla salute, quindi appartengono a tutti, anche alle persone sane'. Si può parlare di disturbo di personalità 'quando alcuni tratti sono marcati, cioè all'estremo del continuum. Questo è un modo di concettualizzare i disturbi di personalità che possiamo definire 'dimensionale'- chiarisce Migone- cioè basato sullo studio dei tratti della personalità. Invece l'approccio alternativo, chiamato 'categoriale', prevede che vi siano disturbi distinti e separati gli uni dagli altri, non collocati lungo un continuum di dimensioni'.
Lo psichiatra ricorda poi che 'nel Dsm-5 si è tentato di introdurre un modello dimensionale per definire i disturbi di personalità, ma poco prima della sua pubblicazione è stato deciso di eliminarlo perché ritenuto troppo complesso per il clinico'. Il modello dimensionale è stato comunque conservato in una sezione a parte del manuale, ed è stato deciso che il Dsm-5 conservasse, tali e quali, tutti i disturbi di personalità già presenti nel Dsm-IV, con l'aggiunta di un disturbo di personalità dovuto a cause organiche, ad esempio un tumore cerebrale o una epilessia.
- QUANTI SONO I DISTURBI DI PERSONALITÀ? 'Sono dieci e vengono suddivisi in tre gruppi, o clusters. Gruppo A: paranoide, schizoide, schizotipico (disturbi gravi caratterizzati da un certo grado di eccentricità); Gruppo B: antisociale, borderline, istrionico, narcisistico (gli impulsivi); Gruppo C: evitante, dipendente, ossessivo-compulsivo (gli ansiosi)', spiega.
- QUAL È LA PRINCIPALE NOVITÀ DEL DSM-5? 'Ha abbassato le soglie della diagnosi- risponde lo psichiatra- una scelta molto criticata. È stata organizzata anche una campagna internazionale per boicottarlo in tutto il mondo, chiamata 'Boycott DSM-5'.
Abbassare le soglie, quindi, vuol dire che 'oggi è più facile di prima fare diagnosi, e che gran parte della popolazione può essere dichiarata affetta da una malattia mentale. Verranno quindi dati molti più farmaci, alcuni dei quali sono di efficacia dubbia e con effetti collaterali negativi. Il Dsm-5, abbassando le soglie della diagnosi, creerà molti 'falsi positivi': malattie diagnosticate che però non sono vere malattie'.
- COSA VUOL DIRE OGGI AVERE UNA MALATTIA MENTALE? 'È un problema enorme capire cosa vuol dire avere una malattia mentale. Dipende molto dalla cultura di appartenenza. Ad esempio- sintetizza il co-direttore della rivista- una volta l'omosessualità era considerata una malattia e tante persone sono state etichettate come malate quando invece erano sanissime, erano solo omosessuali. Qualcuno ha cercato addirittura di curarle con terapie 'riparative''.
- PERCHÉ LE SOGLIE DIAGNOSTICHE SONO STATE ABBASSATE? 'Sarebbe semplicistico dire che ciò è avvenuto solo per una grossa pressione delle case farmaceutiche- rimarca Migone- perché vi era anche il legittimo desiderio di tanti ricercatori di prevenire le malattie studiando le persone con diagnosi sotto soglia per curarle prima. La prevenzione è il sogno di tutta la medicina'.
- PERCHÉ PROVARE A INTRODURRE L'APPROCCIO DIMENSIONALE? 'L'approccio dimensionale è stato in parte introdotto perché l'approccio categoriale, che caratterizzava il Dsm-III e il Dsm-IV, era ritenuto responsabile della poca attendibilità del manuale- continua Migone- però è un po' servito da cavallo di troia che ha permesso un abbassamento delle soglie di molte diagnosi'. - COS'È IL DISTURBO BIPOLARE? 'Il disturbo bipolare è un disturbo dell'umore, che nel Dsm-5 è stato elencato a parte, separato dai disturbi depressivi. Si tratta di una malattia abbastanza grave, anche se ci sono forme attenuate', afferma il medico. 'Consiste in oscillazioni dell'umore (abbastanza lunghe, non di ore o pochi giorni) tra stati di depressione e stati di euforia. Alcuni ricercatori sostengono che i disturbi bipolari esistono anche nei bambini, ma questa cosa è controversa, e di fatto ha favorito la diffusione dei farmaci nei minori producendo anche danni'.
- A CHE ETÀ EMERGE IL DISTURBO BIPOLARE? 'Il disturbo bipolare inizia non prestissimo, in media attorno ai 20-30 anni. Questo perché la personalità si struttura nell'adolescenza- ricorda il medico- e nel bambino, non essendo del tutto formata, può variare moltissimo (la schizofrenia invece inizia spesso durante la pubertà). Se il disturbo bipolare viene diagnosticato nell'infanzia, si rischia di etichettare come malati bambini semplicemente difficili'. Un generale abbassamento delle soglie diagnostiche è pericoloso: 'Come già Allen Frances aveva amaramente fatto notare, il Dsm-IV, di cui aveva guidato la task force, aveva fatto salire alle stelle i dati epidemiologici di diverse malattie. Il disturbo bipolare nell'infanzia e nell'adolescenza era aumentato di quaranta volte, generando una pericolosa impennata di prescrizioni farmacologiche per bambini anche di appena tre anni, cui a volte vengono prescritti farmaci antipsicotici, ritenuti indicati per certe forme bipolari'.
- COSA DIRE SULLA DICOTOMIA VALIDITÀ/ATTENDIBILITÀ? 'Una diagnosi- scrive Migone in un articolo di presentazione del Dsm-5 uscito sul numero 4 del 2013 di Psicoterapia e Scienze Umane- può essere molto attendibile ma non valida (in altre parole, operatori diversi possono essere d'accordo nel dare la stessa diagnosi al medesimo paziente, indipendentemente gli uni dagli altri, anche se è sbagliata). Dal Dsm-III in poi si è innalzata l'attendibilità, che precedentemente era bassissima, ma ciò non ha modificato la validità delle diagnosi, che restano semplici convenzioni. Come ha ammesso anche lo stesso presidente dell'Associazione mondiale di Psichiatria in un recente convegno, il Dsm-III e il Dsm-IV non sono riusciti a formulare quasi nessuna diagnosi valida, ma solo a innalzare un po' l'attendibilità- conclude Migone- prova ne è, ad esempio, la frequente alta comorbilità, cioè i pazienti possono risultare 'positivi' a più diagnosi simultaneamente, e questo è un po' il tallone d'Achille dei Dsm'.
 Notiziario Minori, 16 novembre 2015

venerdì 6 novembre 2015


PSICOLOGA: NON PERMETTERE TUTTO
A FIGLI PRESIDENTE EURODAP AVVISA
"La mancanza di regole e il continuo proteggere i figli da critiche, oggi non permette più ai giovani la possibilità di codificare cosa è giusto e cosa è inappropriato, fino ad essere autodistruttivo. Il ruolo di autorevolezza che i genitori dovrebbero impostare per aiutare i propri figli a costruire la propria identità, sicurezza ed autonomia, infatti, è stato sostituito da un lassismo e protezionismo di fronte a qualsiasi azione loro compiano. Si sta rischiando così di far crescere una generazione completamente autoreferenziale, dove il proprio desiderio è un diritto". Così Paola Vinciguerra, presidente dell'Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), commenta il caso dei 22 ragazzi sospesi da una scuola media di San Francesco al Campo (Torino) per aver filmato i professori durante le lezioni e fatto circolare il video su Whatsapp. "Continuare a permettere qualsiasi cosa ai propri figli- prosegue Vinciguerra- e proteggerli se qualcuno osa contrastarli è il peggior danno che si può fare loro. Si rischia, infatti, di farli crescere con il convincimento che sia loro tutto dovuto e che non c'è alcun bisogno d'impegnarsi per raggiungere una meta, tanto il traguardo spetta loro di diritto e ci saranno i genitori a proteggerli da qualsiasi persona che osi ostacolarli.
Comportarsi così vuol dire non aiutare i propri figli alla realtà. Non meravigliamoci, poi, che già a 12/13 anni sono in cerca di 'sballi' di qualsiasi genere, di sesso e di prostituzione per una borsa o un telefonino".
Secondo la presidente dell'Eurodap, i genitori oggi hanno tolto ai figli "il significato dell'impegno, del traguardo e del premio- sottolinea- hanno tutto ma non hanno nulla. L'assenza educativa dei genitori sta generando nei 'nuovi' giovani problematiche di grande rilievo: il percorso della crescita, a cui i genitori sono preposti, implica essere consapevoli che l'organizzazione cerebrale dei loro figli apprende i comportamenti adeguati e socialmente utili- conclude Vinciguerra- per se stessi e per l'ambiente sociale".
Notiziario Minori,  6 novembre 2015

lunedì 2 novembre 2015


SOGNARE È COME RESPIRARE, BIMBI LO
FANNO DI PIÙ. MONDO: DIMOSTRA STATO
SVILUPPO DELLA LORO PERSONALITÀ
I sogni dei bambini son desideri? "Sognare è qualcosa di più complesso del desiderare, atto che presuppone la conoscenza della cosa anelata. I bambini ci dimostrano di avere una capacità onirica molto prima di conoscere qualcosa. Approfonditi studi neurologici affermano infatti che esiste un'attività celebrale nel sonno dei feti già all'interno dell'utero materno. Sognare è quindi come respirare, e i bambini sognano più degli adulti e ci riflettono lo stato di sviluppo della loro personalità". In un'intervista alla Dire, Riccardo Mondo, psicologo analista junghiano e docente di Psicologia del sogno nella Scuola di psicoterapia dell'età evolutiva dell'Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma, rivela che circa la metà del loro tempo i bambini molto piccoli lo trascorrano sognando.
"L'attività cerebrale onirica è fondamentale per lo sviluppo del sistema nervoso, e con lo sviluppo progressivo delle capacità cognitive, linguistiche, di rappresentazione e di differenziazione tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, il bambino inizia a manifestare con le immagini oniriche ciò che gli capita dentro. La successiva capacità di raccontare i propri sogni- sottolinea il membro del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa)- dipende, in parte, dall'interazione che ha con gli adulti". È molto difficile sapere cosa sogna un bambino, soprattutto durante i primi anni di vita. "È complicato indagare sulla loro qualità- risponde Mondo- all'inizio sognano per lo più sensazioni tattili, movimenti materni, il proprio corpo, il battito cardiaco, i rumori. Sono sogni molto scarni, essenziali. Freud li definiva chiari, brevi e coerenti. Solo successivamente iniziano a fare dei resoconti, intrecciano fantasia e sogno in maniera inconsapevole, ma dalla terza infanzia in poi comincia a manifestarsi il sogno simbolico come negli adulti".
- I BAMBINI FANNO INCUBI? "È facile che il bambino anche piccolo abbia degli incubi- ammette- anche se non sa raccontarli. A volte possono verificarsi dei sogni ricorrenti, dei blocchi che il soggetto non riesce a superare. Gli incubi simboleggiano proprio dei blocchi psicologici o dei disagi di vario tipo". Ma non bisogna preoccuparsene oltre misura, secondo lo psicoterapeuta, "perché la paura e la difficoltà di crescere fa parte di ognuno di noi. Bisognerebbe chiedersi piuttosto come noi adulti dovremmo comportarci di fronte a questi incubi. Condividendoli al momento del risveglio- spiega l'analista- chiedendo ad esempio al bambino cosa 'hai sognato stanotte?', magari abituandolo a disegnarlo e a giocarci su. Questo è un metodo ottimo per esorcizzare gli incubi".
Il classico sogno che angoscia i bambini è "l'apparizione di un mostro a casa propria. Quello che esce dall'armadio o dalla cassapanca dei giochi".
 - COSA SIGNIFICA? "Segnala la paura di fronte al potere degli adulti, o il timore di perdere l'amore delle figure di riferimento. Può simboleggiare anche un'insicurezza personale, come un'incapacità o il mancato (sufficiente) controllo delle proprie forze istintive, non ancora dominate. A volte sulla figura del mostro è proiettata quella di un adulto che gli fa paura. Ciò può indicare un'area conflittuale con il genitore, con cui il piccolo si scontra per motivi di normale evoluzione". Un'altra immagine onirica è il rimanere intrappolati: "Il bambino che resta incastrato in una scatola, in un letto, che cade in un pozzo o che non riesce a correre ci indica quanto si senta minacciato da una situazione scomoda che non riesce ad affrontare".
- LE FIGURE PIÙ RAPPRESENTATE? "Sono gli animali o i personaggi fantastici. I piccoli hanno molta difficoltà a fare distinzione tra il racconto e il racconto che si fa sul sogno. Quando raccontano un sogno partono da un'immagine onirica, che poi arricchiscono con uno stile di narrazione eroica. Quello che importa è il racconto e la sua condivisione, e soprattutto che ci sia il genitore ad ascoltarlo. La presenza e l'ascolto dei genitori rassicura i bambini, confermandogli che i mostri non sono reali e che possono sentirsi sicuri nel loro letto".
Tutti i bambini sanno raccontare i loro sogni? "Il racconto del sogno dipende dall'educazione ricevuta all'interno della struttura familiare. Dallo spazio che la famiglia riserva al gioco, alla fantasia, a ciò che sta dentro al bambino. A volte i genitori provano angoscia se il figlio racconta di essere stato ferito da un mostro".
- DA COSA DIPENDE QUESTA DIFFERENZA? "I bambini sono liberamente a contatto con le loro pulsioni, con le parti competitive, distruttive e sadiche che si manifestano. Pensiamo alle fiabe dei fratelli Grimm, che hanno dei momenti assolutamente horror e che oggi stanno diventando dei canovacci meravigliosi per gli Horror contemporanei. La paura stessa è un momento catartico dell'esperienza. Il sogno è un'esperienza di simulazione esistenziale e ha un valore formativo ed evolutivo nel bambino, che ha bisogno di sperimentare e di controllare la paura. Il vero problema- conclude l'esponente della Cipa- non sono i sogni dei bambini ma la capacità degli adulti di stare con i sogni dei bambini".
Notiziario Minori, 2 novembre 2015